ABC… LGBT! – La terapia affermativa: psicologia al servizio della comunità lgbt+

Giugno è il mese del pride, quel periodo dell’anno in cui la comunità lgbt+ attraversa e anima piazze e strade, a ricordo di quella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969 in cui le persone lgbt+, frequentanti il noto locale Stonewall Inn, si ribellarono alle ennesime angherie della polizia, e per questo sono ricordati come i Moti di Stonewall. Ricordo che negli anni ’60 le persone lgbt+ statunitensi erano bersaglio di discriminazione e i locali a loro dedicati erano al centro di controlli da parte della polizia. Già in quegli anni iniziarono le prime rivolte, sfociate in una vera e propria guerriglia urbana proprio in quelle notti e ricordata, con la prima marcia dal locale a Central Park l’anno successivo, e in altre città statunitensi. Da quel quel momento qualcosa cambiò: le persone lgbt+ uscirono in strada a rivendicare la loro identità e la loro esistenza, e ci furono sempre più manifestazioni, che si spostarono anche fuori dagli Stati Uniti. In Italia, la prima fu nel 1978, anche se già nel 1972 ci fu un primo raduno contro un congresso che avrebbe trattato le devianze sessuali, organizzato da un ente di matrice cattolica.

E anche le comunità delle e degli psicologi e psichiatri si sono interrogate riguardo la depatologizzazione dell’omosessualità. Già nel 1973 l’APA (American Psychiatric Association) riuscì a derubricare l’omosessualità dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali) e l’OMS, il 17 maggio 1990 (per questo si celebra in tal data l’IDAHOBIT, la Giornata Mondiale contro l’omo-bi-lesbo-transfobia) dichiara l’omosessualità come “variante naturale del comportamento sessuale umano”. Per quanto riguarda la transessualità, essa è stata derubricata nel DSM 5 come “disturbo dell’identità di genere” e cambiata in “disforia di genere”. E anche nell’ICD-11 (Classificazione Internazionale delle Malattie) è stata inclusa nella sezione dedicata alle condizioni correlate alla salute sessuale.

All’interno di questa cornice è fondamentale che le e i professionisti della salute, in questo caso mi riferisco a psicolog* e psicoterapeut*, utilizzino la terapia affermativa, atta a convalidare l’esistenza positiva delle persone lgbt+ e delle loro esperienze.
Si tratta di un approccio che promuove le risorse delle persone lgbt+, che può essere d’aiuto per la costruzione di una propria rete sociale, che favorisce la resilienza, l’autonomia e la propria identità.
Per poter svolgere ciò, il/la professionist* deve potersi formare adeguatamente, almeno secondo due direttrici:

🏳️‍🌈 conoscere i bisogni specifici della comunità lgbt+, per poter avere consapevolezza delle necessità di questa popolazione e offrire un sostegno adeguato;

🏳️‍🌈 conoscere la cornice di stigma, pregiudizio e discriminazione delle persone lgbt+, per poter leggere le forme di minority stress che possono impedire una piena realizzazione in termini di autoefficacia, l’uso delle strategie di coping, lo sviluppo dell’empowerment, anche attraverso il vissuto di sintomi, quali ansia o stati depressivi, che possono ostacolare le relazioni personali e sociali.

Però, ancora oggi, ci sono professionist* che promuovono tecniche o proprio terapie definitive riparative, le quali avrebbero la presunzione di poter far cambiare orientamento sessuale, da omosessuale a eterosessuale, prendendo quest’ultimo come unico orientamento possibile, riducendo l’omosessualità ad un prodotto di condizionamenti sociali e ambientali, o traumi subiti.
Queste pratiche sono state trattate anche con alcune trasposizioni cinematografiche. Le più recenti sono Boy erased, basata su una storia vera, e La diseducazione di Cameron Post. Io ricordo, però, una pellicola del 1999, But I’m a Cheerleader, tradotto in italiano con Gonne al Bivio. Mi sento particolarmente affezionata a questo film che pone in chiave ironica, e a tratti forse dissacrante ma non per questo superficiale, le realtà statunitensi in cui si eseguono percorsi di riparazione. Inoltre esplicita, sempre con ironia, gli stereotipi e i ruoli di genere che donne e uomini dovrebbero interiorizzare per promuovere un comportamento eterosessuale corretto.

E’ sempre importante ricordare che le e gli psicolog*, in Italia, devono seguire le norme ed il Codice Deontologico e che, la sua mancanza di attuazione, può essere foriera di segnalazione, anche da parte delle e dei pazienti e delle e dei cittadin*.
La conoscenza e l’uso della terapia affermativa ed il contrasto alle terapie riparative, dal mio punto di vista, possono trovare un importante riscontro nella prima parte dell’dell’articolo 4:

Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi. […]



(Photo by Tim Mossholder on Unsplash)

Non lo sapevi? Condividilo con chi ancora non lo sa!