La realtà LGBTQIA+ tra digitale e analogico

Podcast

Mi sono divertita tantissimo a registrare questa puntata con colleghə di Digitabilis.
Conosciutə grazie a #instagram, mi hanno proposto di far parte di questo #podcast, ed io ho accettato con grande entusiasmo.

in questa nostra chiacchierata abbiamo potuto parlare della comunità lgbtqia+, delle sue narrazioni e rappresentazioni tra digitale e analogico. E di come la tecnologia può essere di supporto per ridurre stereotipi e pregiudizi.
Il tutto attraverso le mie lenti, quelli di una #psicologa che lavora anche come #educatrice socio-pedagogica.

Se vi va, andate ad ascoltarlo potete trovarlo su Spotify, e lasciatemi un commento. Mi farebbe molto piacere sapere cosa ne pensate 😊

TDoR 2020

TDoR

Oggi si celebre il #TDOR, il Transeger Day of Rimembrance, per ricordare le persone T* e gender-diverse(1), vittime di odio e violenza e morte a causa di questo.

Da gennaio 2019 a settembre 2020 sono morte, nel mondo, 350 persone T* e gender-diverse, 3664 da quando, nel 2008, si è iniziato a monitorare il fenomeno.
Nel sito e nelle pagine social di TGEU, organizzazione non governativa europea che si occupa dei diritti delle persone T*, si possono trovare tutti i dati.

Oltre all’omicidio, voglio ricordare la violenza fisica e verbale, le molestie e le minacce, lo stalking, il misgendering, le discriminazioni a scuola, nel luogo di lavoro, nella vita quotidiana.

Qui si può trovare il mio articolo, scritto lo scorso anno proprio in occasione di questa ricorrenza, per conoscere un po’ più da vicino la comunità T*, alcune indicazioni per essere unə buonə alleatə, cosa posso fare se sto mettendo in discussione la mia identità di genere, o voglio intraprendere un percorso di transizione.

(1) gender-diverse: termine ombrello per descrivere le persone la cui identità di genere, espressione o persino percezione non è conforme alle norme e agli stereotipi di genere. (tratto da qui)

ABC… LGBT! – Spirit Day

Il terzo giovedì di ottobre si celebra lo #spiritday, per ricordare le persone che hanno subito bullismo di matrice omolesbobitransfobica.
Nato nel 2009 dall’idea della canadese Brittany McMillan, è promossa dal Glaad, organizzazione no profit statunitense che promuove la corretta rappresentazione delle persone #gbtqia+ al fine di porre fine alla discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere.
La scelta del colore viola si rifà alla bandiera rainbow, simbolo della comunità lgbtqia+, creata da Gilbert Baker. Secondo il creatore, il viola simboleggia lo spirito.

Ricordo che la discriminazione delle persone lgbtqia+ è ancora molto presente, e il bullismo omolesbobitransfobico colpisce non solo giovani lgbtqia+, ma anche chi non si conforma agli stereotipi e ruoli di genere.
Per contrastare questa forma di prevaricazione e violenza, dal mio punto di vista, è necessario lavorare sulla corretta rappresentazione delle persone lgbtqia+, sulla decostruzione di stereotipi legati ai generi e agli orientamenti, magari in chiave intersezionale. E, perché no, anche approvando una legge che tuteli efficacemente queste minoranze.

ABC… LGBT! – La terapia affermativa: psicologia al servizio della comunità lgbt+

Giugno è il mese del pride, quel periodo dell’anno in cui la comunità lgbt+ attraversa e anima piazze e strade, a ricordo di quella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969 in cui le persone lgbt+, frequentanti il noto locale Stonewall Inn, si ribellarono alle ennesime angherie della polizia, e per questo sono ricordati come i Moti di Stonewall. Ricordo che negli anni ’60 le persone lgbt+ statunitensi erano bersaglio di discriminazione e i locali a loro dedicati erano al centro di controlli da parte della polizia. Già in quegli anni iniziarono le prime rivolte, sfociate in una vera e propria guerriglia urbana proprio in quelle notti e ricordata, con la prima marcia dal locale a Central Park l’anno successivo, e in altre città statunitensi. Da quel quel momento qualcosa cambiò: le persone lgbt+ uscirono in strada a rivendicare la loro identità e la loro esistenza, e ci furono sempre più manifestazioni, che si spostarono anche fuori dagli Stati Uniti. In Italia, la prima fu nel 1978, anche se già nel 1972 ci fu un primo raduno contro un congresso che avrebbe trattato le devianze sessuali, organizzato da un ente di matrice cattolica.

E anche le comunità delle e degli psicologi e psichiatri si sono interrogate riguardo la depatologizzazione dell’omosessualità. Già nel 1973 l’APA (American Psychiatric Association) riuscì a derubricare l’omosessualità dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali) e l’OMS, il 17 maggio 1990 (per questo si celebra in tal data l’IDAHOBIT, la Giornata Mondiale contro l’omo-bi-lesbo-transfobia) dichiara l’omosessualità come “variante naturale del comportamento sessuale umano”. Per quanto riguarda la transessualità, essa è stata derubricata nel DSM 5 come “disturbo dell’identità di genere” e cambiata in “disforia di genere”. E anche nell’ICD-11 (Classificazione Internazionale delle Malattie) è stata inclusa nella sezione dedicata alle condizioni correlate alla salute sessuale.

All’interno di questa cornice è fondamentale che le e i professionisti della salute, in questo caso mi riferisco a psicolog* e psicoterapeut*, utilizzino la terapia affermativa, atta a convalidare l’esistenza positiva delle persone lgbt+ e delle loro esperienze.
Si tratta di un approccio che promuove le risorse delle persone lgbt+, che può essere d’aiuto per la costruzione di una propria rete sociale, che favorisce la resilienza, l’autonomia e la propria identità.
Per poter svolgere ciò, il/la professionist* deve potersi formare adeguatamente, almeno secondo due direttrici:

🏳️‍🌈 conoscere i bisogni specifici della comunità lgbt+, per poter avere consapevolezza delle necessità di questa popolazione e offrire un sostegno adeguato;

🏳️‍🌈 conoscere la cornice di stigma, pregiudizio e discriminazione delle persone lgbt+, per poter leggere le forme di minority stress che possono impedire una piena realizzazione in termini di autoefficacia, l’uso delle strategie di coping, lo sviluppo dell’empowerment, anche attraverso il vissuto di sintomi, quali ansia o stati depressivi, che possono ostacolare le relazioni personali e sociali.

Però, ancora oggi, ci sono professionist* che promuovono tecniche o proprio terapie definitive riparative, le quali avrebbero la presunzione di poter far cambiare orientamento sessuale, da omosessuale a eterosessuale, prendendo quest’ultimo come unico orientamento possibile, riducendo l’omosessualità ad un prodotto di condizionamenti sociali e ambientali, o traumi subiti.
Queste pratiche sono state trattate anche con alcune trasposizioni cinematografiche. Le più recenti sono Boy erased, basata su una storia vera, e La diseducazione di Cameron Post. Io ricordo, però, una pellicola del 1999, But I’m a Cheerleader, tradotto in italiano con Gonne al Bivio. Mi sento particolarmente affezionata a questo film che pone in chiave ironica, e a tratti forse dissacrante ma non per questo superficiale, le realtà statunitensi in cui si eseguono percorsi di riparazione. Inoltre esplicita, sempre con ironia, gli stereotipi e i ruoli di genere che donne e uomini dovrebbero interiorizzare per promuovere un comportamento eterosessuale corretto.

E’ sempre importante ricordare che le e gli psicolog*, in Italia, devono seguire le norme ed il Codice Deontologico e che, la sua mancanza di attuazione, può essere foriera di segnalazione, anche da parte delle e dei pazienti e delle e dei cittadin*.
La conoscenza e l’uso della terapia affermativa ed il contrasto alle terapie riparative, dal mio punto di vista, possono trovare un importante riscontro nella prima parte dell’dell’articolo 4:

Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi. […]



(Photo by Tim Mossholder on Unsplash)

ABC…LGBT! – Transgender, visibilità e identità negate

Il 20 novembre si celebra il TDoR, Transgender Day of Remembrance, per ricordare le persone vittime di transfobia istituito nel 1999 da Gwendolyn Ann Smith, una attivista trans. La data è stata scelta per commemorare l’uccisione, l’anno precedente, di Rita Hester. Il progetto Trans Respect vs Transphobia, promosso dal TGEU, ha evidenziato come, dal 1 ottobre 2018 al 30 settembre 2019, nel mondo sono morte 331 persone trans e gender variant.
Proviamo a vedere più da vicino questa realtà.

Le parole sono importanti.
Persone transgender, transessuali, gender variant, facciamo un po’ di chiarezza.
Secondo il DSM 5 le persone transgender sono coloro che si identificano in modo transitorio o persistente con un genere diverso da quello assegnato alla nascita. Le persone transessuali sono, invece, coloro che desiderano attuare o hanno attuato una transizione sociale da genere all’altro (FemaletoMale o FtM, Male to Female o MtF), che può comportare una transizione somatica attraverso il trattamento ormonale (TOS, trattamento ormonale sostitutivo) e/o una riassegnazione chirurgica degli organi genitali o dei caratteri sessuali secondari. 
Nel sito del TSER (Trans Student Educational Resources, la stessa organizzazione da cui ho attinto il Gender Unicorn per questo articolo) puoi trovare un glossario (in inglese), che può darti maggiori indicazioni.
Nelle precedenti edizioni del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali)  si utilizzava il termine disturbo dell’identità di genere, che si concentrava maggiormente sull’identità di sé, più che su una possibile condizione clinica. Questo poteva essere molto stigmatizzante. Al momento, all’interno della quinta edizione si utilizza il termine Disforia di Genere che, come indicato nello stesso manuale, si riferisce alla sofferenza che può accompagnare l’incongruenza tra il genere esperito o espresso da un individuo e il genere assegnato.
Il termine gender variant identifica tutte quelle persone che non si riconoscono in un binarismo di genere donna/uomo e, dunque, la loro espressione di genere differisce dagli stereotipi di genere culturalmente e socialmente trasmessi e condivisi.

In questo articolo ho voluto utilizzare il termine T*, per poter essere maggiormente inclusiva delle differenze che possono presentarsi, seppur non mi sono soffermata nello specifico riguardo le persone gender variant e gender non-conforming.

Come chiamarle?
Possiamo chiedere loro che nome hanno e magari, se già non ce lo dicono, che pronome vogliono che sia utilizzato. Usare il pronome, la desinenza, l’articolo scorretto è una forma di misgendering, di quella messa in discussione dell’identità di genere o, addirittura, della sua negazione. E poi, fa parte delle regole grammaticali: se una persona si identifica come donna, useremo pronomi, desinenze, articoli declinati al femminile, se si identifica come uomo, declineremo al maschile.
E, inoltre, mai chiedere il nome precedente o, se conosciuto, usare quel nome. Anche questo comportamento è stigmatizzante: non tiene conto del percorso della persona, della sua autodeterminazione, della sua attuale identità. Per questo si parla di deadname, il nome che non esiste più, e di nome d’elezione, ovvero il nome che la persona trans sente propria e la identifica in quanto persona.

Ci sono leggi che tutelano le persone T*?
In Italia esiste una legge del 1982 che consente la rettificazione del sesso attraverso un iter particolare. Purtroppo, però, esiste ancora in maniera molto forte la discriminazione per le persone T*, in particolare nel mondo del lavoro. Durante la transizione, può accadere che la discrepanza tra i documenti e l’apparenza fisica possa portare all’esclusione dal mondo del lavoro, subire prevaricazioni quali mobbing, o rischiare il licenziamento. Per poter tutelare le persone LGBT+, e combattere queste forme di discriminazione, la CGIL ha creato lo sportello Nuovi Diritti. Inoltre, pur mancando una legge che punisca i crimini d’odio perpetrati contro le persone LGBT+, crimini commessi per odio di matrice omo-lesbo-bi-transfobica, è possibile comunque denunciare i fatti alle autorità competenti.
Come nota positiva, posso indicare che in alcune università italiane, hanno attivato le carriere alias per le persone in transizione. Questo comporta la possibilità di avere il proprio nome d’elezione nel badge e nella mail universitaria, anche se non è possibile estenderlo ai documenti ufficiali fintanto che, dal punto di vista legale, non sia stato rettificato il nome.

Cosa posso fare se sto mettendo in discussione la mia identità di genere o se voglio comprendere come seguire un percorso di transizione?

Dal mio punto di vista, potrebbe essere utile poterne parlare con una o un professionista competente in materia, che possa accoglierti, che possa comprendere la tua situazione, che possa darti rassicurazioni e le corrette informazioni.
In Italia, al di là di professioniste e professionisti privati che possono esserti d’aiuto, ci sono diverse associazioni che si occupano di informare, prendere in carico le persone T* per accompagnarle nell’iter di transizione, e per tutelarle sul piano del benessere psicologico e sanitario, e sul piano giuridico.  Il sito di ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) riporta una lista di associazioni, dislocate in diverse città. Puoi anche consultare la  guida redatta dal MIT (Movimento Identità Trans), dove potrai trovare anche interessanti informazioni circa il percorso di transizione. Io che vivo e lavoro a Treviso, in Veneto, posso suggerire il Sat Pink, operativo dal 2011, e che si occupa a tutto tondo delle persone T*.
Può essere utile, anche, parlarne con persone fidate, che possono esserti accanto in questo tuo periodo. Avere persone alleate, che comprendono la tua situazione e che possono aiutarti, può farti sentire meno sola o solo. Queste persone possono essere i tuoi amici o amiche, parenti con cui poterti confidare senza paura del giudizio, o anche le associazioni che si occupano di queste tematiche. Probabilmente, in quei luoghi, potrai trovare chi sta vivendo la tua stessa situazione, o l’ha già vissuta, potrai stringere nuovi legami e confrontarti.

(Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash)

ABC… LGBT! – Coming Out: dichiararsi o non dichiararsi?

L’11 ottobre si celebra il Coming Out Day, una giornata in cui si riflette sull’importanza della consapevolezza di essere una persona LGBT+, sulla possibilità di dichiararlo e anche sulle difficoltà nel farlo. La sua prima edizione fu nel 1988, lanciata dallo psicologo Robert Eichberg a ricordo della seconda marcia su Washington per i diritti delle lesbiche e dei gay dell’anno precedente.

🏳️‍🌈 Cos’è il coming out?
Il termine deriva dall’espressione Come out of the closet, uscire dall’armadio, e dunque avere la possibilità di dichiarare il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere. Si differenzia dall’outing perché, in questo secondo caso, non è la persona stessa che rivela di sé, ma qualcun altro, anche senza che la persona abbia dato il proprio consenso o anche se la persona non è LGBT+, magari con intento denigratorio.

🏳️‍🌈 E’ necessario fare coming out?
Credo che innanzitutto sia importante conoscere il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere ed accettarlo, senza timore né vergogna. Alcune persone lo sanno fin da piccole, e con l’adolescenza si consolida. Altre persone lo scoprono più tardi, dopo aver vissuto esperienze e relazioni differenti. Non è obbligatorio fare coming out, e neppure farlo con tutte le persone ed in ogni ambiente. Dipende da quanto ognuno si sente pronto/a a fare questo passo, se l’ambiente è sicuro, se le persone possono essere accoglienti rispetto questo argomento, quanto si può essere consapevole delle reazioni che possono esserci. Fare coming out, però, può essere una forma di liberazione e di affermazione della propria esistenza anche come persona lgbt+. E’ l’espressione della propria persona, delle proprie emozioni, stati d’animo, pensieri, che possono essere condivisi con le persone che ci amano, e/o  con tutte le persone che incontriamo.

🏳️‍🌈 Rimanere nell’armadio?
La giornalista Elena Tebano, in questo suo articolo del 2018, propone una ricerca della Boston Consulting Group riguardo il coming out e la paura di dichiararsi nel posto di lavoro, relativo a dodici Paesi di Europa ed America. In Italia ancora si fa fatica ad esprimere il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, preferendo così nasconderla. Questo, però comporta l’utilizzo di molte energie per monitorare il proprio comportamento e quello altrui, oltre a dover negare una parte di sé. Tutto ciò per proteggersi da eventuali discriminazioni ma con la possibilità di avere ripercussioni sul proprio benessere, con il rischio di sviluppare un certo grado di minority stress.

🏳️‍🌈 Quando fare coming out e con chi?
Il coming out è un processo che può continuare per tutta la vita. Può essere dichiarato apertamente, può essere compreso attraverso il proprio comportamento, ad esempio quando si è in coppia e non lo si nasconde. Si può iniziare dalle persone fidate, come amici ed amiche, o colleghe e colleghi, oppure dirlo a qualche parente che sa può comprenderti.
Una delle paure più grandi, soprattutto per le e gli adolescenti, può essere quello di dirlo ai genitori. Loro possono avere alcune aspettative rispetto i propri figli e figlie che, in qualche modo, sono state veicolate. Ad esempio, la classica frase Quando ti troverai quello/a giusto/a ti sposerai e farai dei figli, adducendo a solo relazioni etero. E, quindi, avere un/una parente che è al tuo fianco e fare da ponte, può essere di grande aiuto.

Se vi va di conoscere l’emozione e la paura del coming out, suggerisco il libro Battito d’ali, con i testi di Daniela Rossi e illustrato da Alessandro Coppola, che racconta proprio la consapevolezza e lo svelamento dell’illustratore, tavola dopo tavola. Buona lettura!

(Immagine tratto da “Battito d’ali” di Daniela Rossi e Alessandro Coppola)

Lo studio a misura di persona

Ritengo che lo spazio dove accolgo le persone che cercano il mio aiuto, debba essere un luogo libero e protetto, dove ogni persona possa sentirsi accolta in ogni suo aspetto. E che possa aver fiducia della professionista a cui affida pezzetti della sua vita, le sue emozioni, le sue fragilità.
Un luogo dove, insieme, possiamo (ri)scoprire le tue risorse e la bellezza che ogni persona possiede. E valorizzarla al meglio.

La bandierina arcobaleno, posta sopra la scrivania, vuole significare la mia volontà di accoglienza di chiunque voglia avvalersi della mia professionalità e dei servizi che offro, senza paura del giudizio. Volendomi occupare anche delle persone lgbt+, dei loro familiari e di chi avesse bisogno di un confronto, mi voglio porre esplicitamente contro le terapie riparative, nel rispetto della dignità e perché vorrei poter essere strumento per la piena realizzazione di ogni persona.

Lavoro presso lo Studio Benetton, che offre servizi di psicologia, psicoterapia e nutrizione, abitato da colleghe attente. Per farci conoscere un po’ di più, abbiamo realizzato questa nostra presentazione. Buona visione.

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ABC… LGBT! – L’identità sessuale

L’essere umano ha molte sfaccettature e, a volte, può essere difficile darsi delle definizioni o definire una persona in modo corretto. Molte sono le variabili che costruiscono l’identità sessuale di ognuno di noi, a volte sono più visibili, a volte meno. A volte si devono dichiarare, altre volte si preferisce tenerle private. L’identità sessuale è un termine che racchiude in sé differenti componenti rispetto la percezione che la persona ha di sé e di come vuole essere percepita.

Per fare un po’ di chiarezza ci facciamo dare una mano dal gender unicorn, il grafico creato da TSER, il Trans Student Educational Resources, con cui possiamo declinare le diverse parti di noi.

 

Lidentità di genere riguarda il nostro sentire interiore di appartenere all’essere donna o uomo, secondo una definizione culturalmente costruita, o a nessuno di queste due definizioni o ad altre definizioni. Da qui si può utilizzare il termine cisgender per descrivere una persona che sente corrispondente la propria identità di genere con il proprio sesso assegnato, e transgender per chi non sente questa corrispondenza.

L’espressione di genere indica il modo in cui la nostra identità di genere si esprime, attraverso il nostro corpo, l’abbigliamento, la scelta degli abiti, del taglio di capelli e così via.

Il sesso assegnato alla nascita riflette la classificazione delle persone in base al corredo cromosomico, all’aspetto dei genitali, ai cromosomi, all’espressione fenotipica. La maggioranza di noi rientra nella dicotomia femmina/maschio, ma una parte rientra nel gruppo delle persone intersex.

L’orientamento sessuale riguarda l’attrazione sessuale verso donne, uomini, entrambi, persone che esprimono altri generi, o anche non avere alcuna attrazione sessuale.

Infine abbiamo l’attrazione emotiva/romantica che, come per l’orientamento sessuale, può includere diverse possibilità.

 

E tu, come declineresti il tuo Gender Unicorn?