Tumore al seno: cinque suggerimenti per la prevenzione e la consapevolezza

“Rivendico il diritto di parlare apertamente della nostra malattia, che non è esibizionismo né un credersi invincibili, anzi: è un diritto a sentirsi umani. Anche fragili, ma forti nel reagire.”
(Nadia Toffa)

 

Ottobre è ormai arrivato e, con esso la campagna Nastro Rosa. Il primo nastro, color pesca, fu creato nel 1991 da Charlotte Haley, ripreso poi l’anno seguente da Self Magazine and Estée Lauder, cambiando il colore in rosa. Da 27 anni la campagna è proposta in Italia dalla Lega Italiana Lotta ai Tumori. In questo mese, infatti, si sensibilizza la popolazione al tema del tumore al seno, o al petto, che colpisce sia le donne che gli uomini, siano esse persone cisgender o transgender, anche se con incidenze differenti. Anche quest’anno le iniziative spaziano da incontri informativi agli screening gratuiti, passando per la pubblicità e la cartellonistica volta a far riflettere riguardo il tema, ancora molto attuale.

Cosa puoi fare per aumentare i fattori protettivi e per essere maggiormente consapevole? Ecco cinque suggerimenti:

🌸 Cura la tua dieta. Una alimentazione sana, bilanciata e con pochi grassi, come può essere quella mediterranea, può aiutare a prevenire l’insorgenza del tumore. Qualora volessi, potresti avvalerti di un/una professionista del settore, come il/la nutrizionista.

🌸 Svolgi esercizio fisico. Oltre ad essere un buon metodo, insieme alla dieta, per mantenere il peso regolare, anche l’attività fisica concorre come fattore di protezione.

🌸 Impara l’autoesame del seno. E’ importante conoscere il proprio corpo, sapere cosa ci sta comunicando. Per questo, seppur non sia considerato un vero e proprio strumento di diagnosi precoce, può essere utile per imparare a prenderci del tempo per noi, per scoprire la nostra intimità, per renderci conto dei cambiamenti che stiamo attraversando. Qui, un video ironico (in spagnolo), realizzato dall’associazione Macma (Argentina).

🌸 Pianifica lo screening. Oltre allo screening gratuito offerto dal Sistema Sanitario Nazionale (SSN), che può variare per fasce d’età e per territorio, con la tua medica o medico di medicina generale puoi programmare alcuni controlli periodici. Tutto questo è importante per poter diagnosticare in maniera precoce l’eventuale insorgenza di tumore e poterlo trattare nel modo migliore possibile.

🌸 Rivolgiti a professionisti formati. E’ importante potersi fidare di professionisti che conoscano bene la materia e ti sappiano dare suggerimenti corretti. Oltre ai medici, potresti avere bisogno anche di altre figure, quali la/lo psicologo/psicoterapeuta per affrontare un eventuale percorso, piuttosto che esperte/i del tatuaggio o dell’estetica, quali parrucchiere/i, estetiste/i, per aiutare nell’affrontare ed accettare i cambiamenti del proprio corpo.

Alla base di tutto questo, come già accennato, c’è l’informazione e il supporto degli enti e delle associazioni. Puoi, ad esempio, oltre ad andare alla sede LILT più vicina a casa tua, anche seguire l’Associazione Italiana Ricerca sul Cancro (AIRC), o la Fondazione Umberto Veronesi, da cui ho tratto alcuni dei suggerimenti. Inoltre, l’Associazione Italiana Registro Tumori, da ormai nove anni, redige il documento “I numeri del cancro in Italia” per dare una fotografia della situazione, in collaborazione con altri enti.

Sempre a proposito di corretta informazione e divulgazione, ho notato come sempre più spesso le serie tv affrontano in maniera attenta anche questi temi. Un esempio che vi porto riguarda la serie “The Bold Type” in cui, una delle protagoniste, deve affrontare la scoperta di possedere una mutazione genetica che la predispone ad avere un maggiore rischio di sviluppare un cancro al seno o alle ovaie.

Il tumore e il cancro possono essere malattie di complessa gestione, che possono colpirci in prima persona o le persone a noi più care. Ricordiamoci che non c’è vergogna nel comprendere che vivere questa situazione può imporci limiti o essere nella posizione di dover chiedere aiuto. L’accettazione, la corretta conoscenza, l’avvalersi di professionisti ed esperti e, credo, soprattutto il sostegno delle persone che ci amano, possono aiutarci ad affrontarla nel modo migliore.

(Photo by Sarah Cervantes on Unsplash)

 

 

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Il Mercoledì in-forma: si apre il ciclo di serate dello Studio Benetton

Il Mercoledì in-forma, è questo il titolo del ciclo di serate che lo Studio Benetton  ha in serbo da questo autunno.

Infatti, ogni primo e terzo mercoledì del mese, a partire dal 2 ottobre, sempre alle 20.45, ci saranno degli incontri, tenuti da me e dalle colleghe che animano lo Studio.

Ecco il calendario:

📌 2 ottobreLa salute vien mangiando. Come alimentazione e sonno influenzano il nostro stile di vita. Condotto dalla dott.ssa Elisa Forest, nutrizionista.

📌 16 ottobreRilassati con il training autogeno. Serata di presentazione del corso in partenza. Condotto da me.

📌 6 novembre – Genitori e figli adolescenti. Come comprendere e gestire consapevolmente l’adolescenza dei propri figli. Condotto dalla dott.ssa Valentina Dal Cin, psicologa e psicoterapeuta.

📌 20 novembre – Metodo di studio e buone abitudini. Strategie e accorgimenti per uno studio efficace. Condotto dalla dott.ssa Sabrina Benetton.

📌 4 dicembre –  Dal conflitto al confronto. Come migliorare la comunicazione nelle difficoltà. Condotto dalla dott.ssa Immacolata Lirer, psicologa e psicoterapeuta

Se volete partecipare, lo Studio si trova in Via Campagnola 3A – Venturali di Villorba (Tv). Suggerisco la prenotazione, non vincolante, dato che i posti a sedere sono limitati.

Per ulteriori informazioni potete contattare la dott.ssa Benetton al numero 3402211681 o alla email info@sabrinabenetton.it

Non mancate!

 

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Lo psicologo in palestra: wellness olistico

Si può pensare che la psicologia sia una disciplina che si occupa di cura, riabilitazione, sostegno delle persone in situazioni di fragilità.
Però, la psicologia ha anche strumenti e metodi utili per la prevenzione, l’accompagnamento, il potenziamento delle risorse individuali, per aiutare le persone ad accrescere le proprie competenze e conoscenze, e per sostenerle nel raggiungimento dei propri obiettivi.

Per questo avere uno/una psicologo/a in palestra potrebbe essere di grande aiuto: una figura professionale preparata, che ti possa supportare, con cui potersi confrontare, che possa darti possibili percorsi per sviluppare appieno il tuo benessere.

Ed ecco, che insieme al trainer del corpo, abbiamo un trainer della mente, capace di collaborare anche con le altre figure professionali che possono essere presenti in palestra, proprio per mettere la persona al centro. E qui ci si sposta, dal fitness inteso come preparazione fisica, al wellness in quanto promozione del benessere della persona a 360°, con attività adatte ed olistiche.

Non dimentichiamoci che la stessa OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità.

Ma cosa può fare uno/una psicologo/a per promuovere il wellness?

1️⃣ Tecniche di rilassamento e gestione dello stress. Si possono apprendere tecniche che possono essere d’aiuto per gestire ansia e stress, e possono essere utili sia in palestra che in altri contesti. Una delle tecniche più diffuse è il training autogeno.

2️⃣ Formazione per la crescita personale. Si può partecipare ad incontri singoli o brevi corsi, in gruppo, su temi quali la motivazione, il raggiungimento dei propri obiettivi, la consapevolezza, dove poter (ri)scoprire i propri punti di forza e sviluppare le parti di sé che senti di voler potenziare.

3️⃣ Supporto individuale. I colloqui individuali possono essere utili per chi si sente a proprio agio in una relazione a due con il/la professionista. Possono servire per verificare lo stato psicofisico della persona, comprendere il percorso più adatto in base ai bisogni e ai risultati che si vogliono ottenere.

 

E, quindi, perché non portare anche lo psicologo in palestra?

 

(Photo by Victor Freitas on Unsplash)

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Settembre: tre suggerimenti per riprendere la propria routine e gettare nuove basi

“E’ tempo di imparare a guardare
E’ tempo di ripulire il pensiero
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero”

A settembre, solitamente, si chiude la stagione delle ferie, inizia la frenesia dell’acquisto di materiali e libri scolastici, si affronta la sessione autunnale, si riprendono le routine lavorativa e delle proprie attività e hobby. Ma non è solo il ritornare alla quotidianità, rimasta sospesa in tutto o in parte, è anche il momento di gettare nuove basi per l’anno che verrà. Si può iniziare a progettare percorsi lavorativi o scolastici, organizzarsi per intraprendere uno sport o una attività ludico-ricreativa, programmare questi ultimi mesi prima di un eventuale bilancio di fine anno, che ti può portare, dopo le festività natalizie, ad affrontare il nuovo anno.

E come poter affrontare tutto ciò con maggiore consapevolezza, gestendo al meglio lo stress? Ecco cinque suggerimenti che potrebbero esserti utili.

1️⃣ Progetta i tuoi obiettivi in modo efficace. Probabilmente hai dei desideri che vuoi realizzare o raggiungere un risultato che possa soddisfarti. In questo articolo puoi trovare le cinque caratteristiche e tre suggerimenti per realizzare ciò che effettivamente vuoi.

2️⃣ (Ri)attivati un passo alla volta. Con l’inizio delle attività quotidiane, potresti sentire di avere anche troppi impegni. Procedi con gradualità, senza strafare. Il corpo e la mente, dopo un periodo di riposo e di cambiamento di routine, hanno necessità di riprendere il ritmo.

3️⃣ Prendi del tempo per te. Ritagliati uno spazio fisico e mentale tutto per te, dove poter svolgere una attività rilassante. Può essere una passeggiata, la lettura di un libro, svolgere delle pratiche o tecniche di rilassamento (come la mindfulness o il training autogeno). Può sembrare faticoso, i pensieri potrebbero affastellarsi nella tua mente. Non combatterli, lasciali fluire: come entrano, se ne andranno (se non li ancori).

La citazione che ho inserito all’inizio di questo articolo è tratto da Settembre, brano di Cristina Donà, che mi accompagna da alcuni anni. Buon ascolto.

 

Photo by Estée Janssens on Unsplash

 

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TikTok: app per adolescenti (e non solo) tra potenzialità, rischi e fattori di protezione

TikTok, una piattaforma social molto popolare tra le ed gli adolescenti e gli adulti. I video condivisi, costruiti su una base musicale, della durata di un minuto al massimo, sono prodotti anche con accorgimenti degni di un montaggio semiprofessionale.

👍 Perché piace?
☑️Si socializzano contenuti originali, e anche ironici, frutto della creatività e fantasia di chi li realizza.
☑️ Si possono condividere messaggi sociali, ad esempio per combattere il bullismo o per sensibilizzare rispetto il cambiamento climatico o l’uso della plastica, con un uso appropriato degli hashtag.
☑️ Può essere uno strumento per creare comunità, non solo virtuale ma anche reale. Infatti, sembra che, almeno in Italia, ci siano dei raduni in cui incontrarsi e magari stringere amicizia.

⚠️ Quali sono i possibili rischi?
❌ La possibilità, per i minori di 13 anni, di iscriversi e vivere il social: sembra non ci sia una verifica della persona e si potrebbe potenzialmente inserire qualunque data di nascita. Legato a questo, una probabile violazione della privacy da parte dell’app.
❌ La sovraesposizione delle e dei minori, con la possibilità di ricevere commenti negativi da potenziali haters, oppure essere vittime di #adescamento.
❌ La ricerca di followers, like e visualizzazioni, in parte probabilmente per cercare la notorietà ed un futuro da influencer, in parte probabilmente per l’attivazione del sistema di ricompensa, con il rilascio di dopamina, con il rischio di utilizzo compulsivo.

❓ Quali sono possibili fattori di protezione?
💟 Dare alle proprie figlie e figli lo smartphone ad un’età consona, e con regole precise di utilizzo.
💟 La conoscenza, da parte dei #genitori e degli adulti significativi, delle app che le proprie figlie e figli utilizzano, quali sono le potenzialità, quali i rischi, da che età si possono utilizzare, e così via.
💟 Essere presenti nella vita virtuale dei propri figli e figlie: evitiamo di essere loro “amici” in facebook per tentare di controllarli, ma chiediamo loro di farci vedere le app che utilizzano, cosa postano, quali funzionalità utilizzano. E questo in modo autentico e consapevole: la vita virtuale è vita reale, ed è fondamentale mantenere una relazione aperta e costruttiva.
💟 Le ragazze ed i ragazzi potrebbero essere aperti al dialogo in quanto più al sicuro e protetti, e chiedere con molta più facilità aiuto, se si presentassero situazioni che possono sentire pericolose.
💟 E, alla fine, promuovere la prevenzione: corsi per genitori, laboratori scolastici, eventi e attività volte a conoscere e utilizzare in modo adeguato e consapevole le nuove tecnologie.

👉 Qui, potete trovare alcuni articoli a riguardo:
http://bit.ly/2NB6kP2
http://bit.ly/329Cghi
http:/
/bit.ly/2HtRdmH

(Photo by Blake Barlow on Unsplash)

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Come le emozioni possono guidare le bambine e i bambini?

Quest’anno sono ritornata a lavorare nei centri estivi, esperienze aggregative in cui bambine e bambini, ragazze e ragazzi fanno esperienza insieme di attività creative e ludico-motorie, soprattutto in gruppo. E mi è capitato di dover intervenire per risolvere alcuni litigi o per rattoppare qualche ginocchio sbucciato o mettere del ghiaccio a qualche botta. In tutti questi casi le ed i bambini provavano emozioni, a volte sapevano di che tipo, a volte no. Ma cosa sono e a cosa ci servono?

Le emozioni sono il prodotto di stimoli interni ed esterni che guidano la nostra motivazione, il nostro pensiero e i nostri comportamenti. Ed, essendo noi un sistema mente-corpo, possiamo sentire queste emozioni dentro di noi, attivare fisicamente il nostro corpo in modo inconsapevole, produrre pensieri, agire comportamenti.
Prova a pensare quando prendi uno spavento (reale o immaginato): il cuore batte veloce, le pupille si allargano, si respira più velocemente, si è pronte e pronti magari a scappare, sentendo già i muscoli tesi, si pensa a fuggire da un pericolo (e chissà nella tua mente che cosa avrai pensato) Ecco, questo può essere un esempio di quello che accade quando abbiamo paura.
E la paura è una delle emozioni considerate di base, cioè quelle che ogni persona, in ogni angolo del mondo, acquisisce e prova. Le altre sono la rabbia, il disgusto, la gioia, la tristezza. C’è chi aggiunge anche la sorpresa.

Bambine e bambini, almeno fino all’adolescenza, si esprimono moltissimo con le emozioni, e molto meno con la parte cognitiva. Il cervello di un essere umano, infatti, si sviluppa fino attorno ai 20 anni, e la corteccia prefrontale, che si trova grossomodo all’altezza della nostra fronte è l’ultima che matura. Questa porzione è dedicata alla pianificazione delle nostre azioni, all’organizzazione dei nostri pensieri, al controllo, alla valutazione delle conseguenze dei nostri comportamenti.

E, dunque, cosa fare con bambine e bambini che ti comunicano un loro disagio con le emozioni, a volte anche molto dirompenti? Ricorda, prima di tutto, che le emozioni hanno un nome e una intensità: può essere paura o terrore, rabbia o furia, gioia o entusiasmo, ad esempio. Poi, non sempre loro riescono a comprendere cosa stanno provando, a volte perché non hanno le parole adeguate, a volte perché hanno più di una emozione dentro di loro. Infine, possono agire l’emozione in vari modi, anche in maniera non adeguata.
Detto questo, ecco alcuni suggerimenti:

  1. Prova a chiedere che tipo di emozione sta provando. Ad esempio si può piangere di rabbia o di tristezza. E  se non riesce prova a dare tu un vocabolario a cui poter fare riferimento. Ricorda, oltre al nome anche l’intensità. Tutto questo per poter dare al bambino o alla bambina la capacità di poter riconoscere le sue emozioni, usando le corrette parole senza paura.
  2. Legittima l’espressione dell’emozione. Dire “non piangere che non serve” o “piangere è da femminuccia”  ad esempio, sono modi per sminuire quanto un bambino o una bambina sta provando, non dare loro l’opportunità di comunicare le loro emozioni nel modo in cui sanno e possono farlo, e non accogliere queste loro manifestazioni. Inoltre, potrebbe far pensare loro che certi comportamenti, del tutto adeguate e coerenti, sono inadeguati e potrebbero portare loro emozioni di vergogna e sentirsi giudicati.
  3. Accogli la sua emozione. Ad esempio si può dire “mi spiace che ti senti triste”, “immagino tu sia spaventato/o: io sono qui con te”.
  4. Aiuta la bambina o il bambino ad entrare nell’area cognitiva, per elaborare le emozioni ed i comportamenti. Soprattutto se ci sono comportamenti inadeguati, comprendere cosa ha portato ad agire proprio in quel modo, spiegare che il comportamento non è adeguato (per il contesto, per il tipo di relazione, perché ha avuto conseguenze come, ad esempio, aver recato danno ad un’altra persona).

 

In questo modo, dal mio punto di vista, possiamo far crescere bambine e bambini più consapevoli del loro mondo interiore, quello emozionale, dare loro degli strumenti per comprenderlo e usarlo in modo adeguato, dare loro la libertà di espressione delle loro emozioni attraverso modalità corrette, saperle riconoscere nelle altre persone.
E tutto questo è fondamentale per lo sviluppo di quello che Daniel Goleman definisce intelligenza emotiva.

 

(Photo by Caroline Hernandez on Unsplash)
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Training autogeno, serata di presentazione

Lunedì 29 aprile, alle ore 20.45 presso lo Studio Benetton, ci sarà la serata di presentazione del corso di training autogeno.

Durante la serata si tratterà dello stress, di come possiamo gestirlo al meglio, di come questa tecnica può aiutarci.
Inoltre, saranno date tutte le indicazioni per seguire il corso, della durata di sette incontri, che partirà il giorno 6 maggio, dalle 19.00 alle 20.00, per un gruppo di massimo cinque partecipanti.

Qui trovi la locandina della serata

Serata presentazione Training Autogeno

Ti aspetto!

 

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Lo studio a misura di persona

Ritengo che lo spazio dove accolgo le persone che cercano il mio aiuto, debba essere un luogo libero e protetto, dove ogni persona possa sentirsi accolta in ogni suo aspetto. E che possa aver fiducia della professionista a cui affida pezzetti della sua vita, le sue emozioni, le sue fragilità.
Un luogo dove, insieme, possiamo (ri)scoprire le tue risorse e la bellezza che ogni persona possiede. E valorizzarla al meglio.

La bandierina arcobaleno, posta sopra la scrivania, vuole significare la mia volontà di accoglienza di chiunque voglia avvalersi della mia professionalità e dei servizi che offro, senza paura del giudizio. Volendomi occupare anche delle persone lgbt+, dei loro familiari e di chi avesse bisogno di un confronto, mi voglio porre esplicitamente contro le terapie riparative, nel rispetto della dignità e perché vorrei poter essere strumento per la piena realizzazione di ogni persona.

Lavoro presso lo Studio Benetton, che offre servizi di psicologia, psicoterapia e nutrizione, abitato da colleghe attente. Per farci conoscere un po’ di più, abbiamo realizzato questa nostra presentazione. Buona visione.

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Mettiamoci in libertà con la teatroterapia

La teatroterapia è una forma di arteterapia dove musica, arte figurativa, danza, tecniche teatrali si possono combinare, per compiere un viaggio dentro di noi, per conoscere le nostre risorse, per esprimere le nostre emozioni e vissuti, per fare esperienza delle nostre potenzialità e parti di sé, senza paura del giudizio.  Perché sì, la teatroterapia può spingerci a metterci a nudo (se lo permettiamo e ce lo permettiamo), in un luogo libero e protetto, dove esiste la sola dimensione del qui ed ora. Esistiamo solo noi e le persone che, con noi, vogliono condividere questa esperienza, nessun copione da imparare, nessun personaggio imposto.

Il teatro, dunque, incontra la psicologia. Il primo precursore è stato Jacob Levi Moreno, che ha proposto lo psicodramma, una tecnica di gruppo in cui si mettono in scena i propri vissuti ed esperienze, usati come copioni, per creare possibilità d’azione e di pensiero.
Ma, per lo sviluppo della teatroterapia c’è da citare Jerzy Grotoski con il suo teatro povero, ripreso poi dal suo allievo Eugenio Barba, dove ha spogliato il teatro di tutto, dai costumi, alle luci, allo stesso spazio scenico,  per concentrarsi unicamente sulla relazione tra l’attore e il pubblico. E, dunque, sulla consapevolezza e sulla vulnerabilità dell’attore e sulla sull’interazione.

Ogni incontro di teatroterapia si snoda in tre fasi: la fase pre – espressiva, in cui si va scoprire nuovi linguaggi corporei, la fase espressiva, in cui si mette in scena attraverso l’improvvisazione, e la fase post – espressiva, in cui si va ad elaborare quanto è stato prodotto.
La teatroterapia può essere usata in campo preventivo, terapeutico, riabilitativo, educativo e formativo, ed è accessibile a tutti, dai bambini agli anziani.  Può essere utilizzato come approccio per la socializzazione, anche all’interno di realtà particolari o di marginalità, per conoscere se stessi e gli altri, per esperire le proprie resistenze e i propri limiti, e anche per fare uscire tutte le possibilità di cui siamo capaci, senza vergogna.
E, perché no, potrebbe essere una proposta per promuovere l’educazione e la formazione, anche per professionisti ed aziende, un approccio differente a partire da sé e dalle proprie caratteristiche.

Perché la teatroterapia può essere il luogo, fisico e mentale, in cui possiamo davvero conoscere noi stessi e gli altri, in cui si può fare esperienza di accettazione autentica, in cui possiamo sentirci libere e liberi di essere noi.

 

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Giornata della Memoria: le donne di Ravensbrück

La foto utilizzata è tratta da qui.

“Ricordo il freddo massacrante il timore di affondare
in un letto di carboni ardenti.
Quale logica o legge di vita potrà mai spiegare
la diabolica impresa di quegli uomini eletti…”

Era il 1997 ed ascoltavo questa canzone di Carmen Consoli, che rievoca una dolorosa e, per certi versi, ancora attuale pagina di Storia, e che ancora oggi si ricorda. Infatti, il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria, data scelta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2005 per commemorare tutte le vittime del Nazifascismo. In quel giorno, nel 1945 l’Armata Rossa liberò il campo di Auschwitz.

Qualche anno fa comprai un libro che riguardava l’orrore di quell’epoca Il cielo sopra l’inferno di Sarah Helm, giornalista inglese, scoprendo così una realtà finora a me sconosciuta: il campo di concentramento di Ravensbrück, l’unico per sole donne.

Costruito nel 1938 dai deportati di Sachsenhausen, e aperto l’anno successivo, era situato a circa 90 km a nord di Berlino, nelle terre del comandante Himmler. Lì, e nei numerosi sottocampi, furono deportate più di 130 mila donne, da venti Paesi diversi, considerate di razza inferiore e da correggere. Condannate a lavori forzati o nelle fabbriche, sottoposte come cavie ad esperimenti atroci, a sterilizzazioni forzate, ad aborti, o, quando le gravidanze erano troppe, i neonati potevano essere fatti morire o uccisi. Molte di loro furono usate per ingrossare i bordelli degli altri campi di concentramento. Ne morirono tra le 30 e le 90 mila: non ci sono dati certi in quanto molti documenti furono distrutti. E, anche quando il campo fu liberato, non ci pace: alcuni soldati violentarono le prigioniere. E le donne dell’Armata Rossa deportate, furono nuovamente arrestate nell’allora URSS, perché accusate di collaborazionismo, e dunque inviate in Siberia, torturate o uccise.

Anche le italiane furono deportare a Ravensbrück, nel 1944. La fotografa Ambra Laurenzi, ha prodotto questo video-documento, con le testimonianze delle sopravvissute.

In tutta questa atrocità, però, la giornalista fa emergere con chiarezza la volontà di resistere, con ogni mezzo, e il desiderio di far conoscere la propria storia. Abbiamo le storie dei “conigli”, le donne polacche cavie di esperimenti medici, salvate dalle compagne. Abbiamo storie di sabotaggio nelle fabbriche, per far andare a rilento la produzione di armi. Abbiamo storie di insegnanti e studiose che hanno cercato di ricreare delle scuole per le altre prigioniere, per poter continuare la loro educazione. Abbiamo una kapò che sottrasse cibo per le prigioniere, ed un’altra che finì nelle camere a gas per non volerle picchiare. E abbiamo chi ha raccontato la propria storia e gli orrori subiti, utilizzando un inchiostro invisibile, scrivendo ai bordi delle lettere che indirizzava ai propri parenti.

Nel 1959 venne inaugurato il Memoriale, dove si trova la scultura di Will Lammert “Tragende” (La Portatrice), a ricordo di tutte quelle donne, sopravvissute e non, vittime di un crudele e disumano disegno politico, che si sono battute fino alla fine per ricordare a loro e alle compagne la dignità di essere umane.

 

 

 

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