ABC…LGBT! – Transgender, visibilità e identità negate

Il 20 novembre si celebra il TDoR, Transgender Day of Remembrance, per ricordare le persone vittime di transfobia istituito nel 1999 da Gwendolyn Ann Smith, una attivista trans. La data è stata scelta per commemorare l’uccisione, l’anno precedente, di Rita Hester. Il progetto Trans Respect vs Transphobia, promosso dal TGEU, ha evidenziato come, dal 1 ottobre 2018 al 30 settembre 2019, nel mondo sono morte 331 persone trans e gender variant.
Proviamo a vedere più da vicino questa realtà.

Le parole sono importanti.
Persone transgender, transessuali, gender variant, facciamo un po’ di chiarezza.
Secondo il DSM 5 le persone transgender sono coloro che si identificano in modo transitorio o persistente con un genere diverso da quello assegnato alla nascita. Le persone transessuali sono, invece, coloro che desiderano attuare o hanno attuato una transizione sociale da genere all’altro (FemaletoMale o FtM, Male to Female o MtF), che può comportare una transizione somatica attraverso il trattamento ormonale (TOS, trattamento ormonale sostitutivo) e/o una riassegnazione chirurgica degli organi genitali o dei caratteri sessuali secondari. 
Nel sito del TSER (Trans Student Educational Resources, la stessa organizzazione da cui ho attinto il Gender Unicorn per questo articolo) puoi trovare un glossario (in inglese), che può darti maggiori indicazioni.
Nelle precedenti edizioni del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali)  si utilizzava il termine disturbo dell’identità di genere, che si concentrava maggiormente sull’identità di sé, più che su una possibile condizione clinica. Questo poteva essere molto stigmatizzante. Al momento, all’interno della quinta edizione si utilizza il termine Disforia di Genere che, come indicato nello stesso manuale, si riferisce alla sofferenza che può accompagnare l’incongruenza tra il genere esperito o espresso da un individuo e il genere assegnato.
Il termine gender variant identifica tutte quelle persone che non si riconoscono in un binarismo di genere donna/uomo e, dunque, la loro espressione di genere differisce dagli stereotipi di genere culturalmente e socialmente trasmessi e condivisi.

In questo articolo ho voluto utilizzare il termine T*, per poter essere maggiormente inclusiva delle differenze che possono presentarsi, seppur non mi sono soffermata nello specifico riguardo le persone gender variant e gender non-conforming.

Come chiamarle?
Possiamo chiedere loro che nome hanno e magari, se già non ce lo dicono, che pronome vogliono che sia utilizzato. Usare il pronome, la desinenza, l’articolo scorretto è una forma di misgendering, di quella messa in discussione dell’identità di genere o, addirittura, della sua negazione. E poi, fa parte delle regole grammaticali: se una persona si identifica come donna, useremo pronomi, desinenze, articoli declinati al femminile, se si identifica come uomo, declineremo al maschile.
E, inoltre, mai chiedere il nome precedente o, se conosciuto, usare quel nome. Anche questo comportamento è stigmatizzante: non tiene conto del percorso della persona, della sua autodeterminazione, della sua attuale identità. Per questo si parla di deadname, il nome che non esiste più, e di nome d’elezione, ovvero il nome che la persona trans sente propria e la identifica in quanto persona.

Ci sono leggi che tutelano le persone T*?
In Italia esiste una legge del 1982 che consente la rettificazione del sesso attraverso un iter particolare. Purtroppo, però, esiste ancora in maniera molto forte la discriminazione per le persone T*, in particolare nel mondo del lavoro. Durante la transizione, può accadere che la discrepanza tra i documenti e l’apparenza fisica possa portare all’esclusione dal mondo del lavoro, subire prevaricazioni quali mobbing, o rischiare il licenziamento. Per poter tutelare le persone LGBT+, e combattere queste forme di discriminazione, la CGIL ha creato lo sportello Nuovi Diritti. Inoltre, pur mancando una legge che punisca i crimini d’odio perpetrati contro le persone LGBT+, crimini commessi per odio di matrice omo-lesbo-bi-transfobica, è possibile comunque denunciare i fatti alle autorità competenti.
Come nota positiva, posso indicare che in alcune università italiane, hanno attivato le carriere alias per le persone in transizione. Questo comporta la possibilità di avere il proprio nome d’elezione nel badge e nella mail universitaria, anche se non è possibile estenderlo ai documenti ufficiali fintanto che, dal punto di vista legale, non sia stato rettificato il nome.

Cosa posso fare se sto mettendo in discussione la mia identità di genere o se voglio comprendere come seguire un percorso di transizione?

Dal mio punto di vista, potrebbe essere utile poterne parlare con una o un professionista competente in materia, che possa accoglierti, che possa comprendere la tua situazione, che possa darti rassicurazioni e le corrette informazioni.
In Italia, al di là di professioniste e professionisti privati che possono esserti d’aiuto, ci sono diverse associazioni che si occupano di informare, prendere in carico le persone T* per accompagnarle nell’iter di transizione, e per tutelarle sul piano del benessere psicologico e sanitario, e sul piano giuridico.  Il sito di ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) riporta una lista di associazioni, dislocate in diverse città. Puoi anche consultare la  guida redatta dal MIT (Movimento Identità Trans), dove potrai trovare anche interessanti informazioni circa il percorso di transizione. Io che vivo e lavoro a Treviso, in Veneto, posso suggerire il Sat Pink, operativo dal 2011, e che si occupa a tutto tondo delle persone T*.
Può essere utile, anche, parlarne con persone fidate, che possono esserti accanto in questo tuo periodo. Avere persone alleate, che comprendono la tua situazione e che possono aiutarti, può farti sentire meno sola o solo. Queste persone possono essere i tuoi amici o amiche, parenti con cui poterti confidare senza paura del giudizio, o anche le associazioni che si occupano di queste tematiche. Probabilmente, in quei luoghi, potrai trovare chi sta vivendo la tua stessa situazione, o l’ha già vissuta, potrai stringere nuovi legami e confrontarti.

(Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash)

ABC… LGBT! – Coming Out: dichiararsi o non dichiararsi?

L’11 ottobre si celebra il Coming Out Day, una giornata in cui si riflette sull’importanza della consapevolezza di essere una persona LGBT+, sulla possibilità di dichiararlo e anche sulle difficoltà nel farlo. La sua prima edizione fu nel 1988, lanciata dallo psicologo Robert Eichberg a ricordo della seconda marcia su Washington per i diritti delle lesbiche e dei gay dell’anno precedente.

🏳️‍🌈 Cos’è il coming out?
Il termine deriva dall’espressione Come out of the closet, uscire dall’armadio, e dunque avere la possibilità di dichiarare il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere. Si differenzia dall’outing perché, in questo secondo caso, non è la persona stessa che rivela di sé, ma qualcun altro, anche senza che la persona abbia dato il proprio consenso o anche se la persona non è LGBT+, magari con intento denigratorio.

🏳️‍🌈 E’ necessario fare coming out?
Credo che innanzitutto sia importante conoscere il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere ed accettarlo, senza timore né vergogna. Alcune persone lo sanno fin da piccole, e con l’adolescenza si consolida. Altre persone lo scoprono più tardi, dopo aver vissuto esperienze e relazioni differenti. Non è obbligatorio fare coming out, e neppure farlo con tutte le persone ed in ogni ambiente. Dipende da quanto ognuno si sente pronto/a a fare questo passo, se l’ambiente è sicuro, se le persone possono essere accoglienti rispetto questo argomento, quanto si può essere consapevole delle reazioni che possono esserci. Fare coming out, però, può essere una forma di liberazione e di affermazione della propria esistenza anche come persona lgbt+. E’ l’espressione della propria persona, delle proprie emozioni, stati d’animo, pensieri, che possono essere condivisi con le persone che ci amano, e/o  con tutte le persone che incontriamo.

🏳️‍🌈 Rimanere nell’armadio?
La giornalista Elena Tebano, in questo suo articolo del 2018, propone una ricerca della Boston Consulting Group riguardo il coming out e la paura di dichiararsi nel posto di lavoro, relativo a dodici Paesi di Europa ed America. In Italia ancora si fa fatica ad esprimere il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, preferendo così nasconderla. Questo, però comporta l’utilizzo di molte energie per monitorare il proprio comportamento e quello altrui, oltre a dover negare una parte di sé. Tutto ciò per proteggersi da eventuali discriminazioni ma con la possibilità di avere ripercussioni sul proprio benessere, con il rischio di sviluppare un certo grado di minority stress.

🏳️‍🌈 Quando fare coming out e con chi?
Il coming out è un processo che può continuare per tutta la vita. Può essere dichiarato apertamente, può essere compreso attraverso il proprio comportamento, ad esempio quando si è in coppia e non lo si nasconde. Si può iniziare dalle persone fidate, come amici ed amiche, o colleghe e colleghi, oppure dirlo a qualche parente che sa può comprenderti.
Una delle paure più grandi, soprattutto per le e gli adolescenti, può essere quello di dirlo ai genitori. Loro possono avere alcune aspettative rispetto i propri figli e figlie che, in qualche modo, sono state veicolate. Ad esempio, la classica frase Quando ti troverai quello/a giusto/a ti sposerai e farai dei figli, adducendo a solo relazioni etero. E, quindi, avere un/una parente che è al tuo fianco e fare da ponte, può essere di grande aiuto.

Se vi va di conoscere l’emozione e la paura del coming out, suggerisco il libro Battito d’ali, con i testi di Daniela Rossi e illustrato da Alessandro Coppola, che racconta proprio la consapevolezza e lo svelamento dell’illustratore, tavola dopo tavola. Buona lettura!

(Immagine tratto da “Battito d’ali” di Daniela Rossi e Alessandro Coppola)

Lo studio a misura di persona

Ritengo che lo spazio dove accolgo le persone che cercano il mio aiuto, debba essere un luogo libero e protetto, dove ogni persona possa sentirsi accolta in ogni suo aspetto. E che possa aver fiducia della professionista a cui affida pezzetti della sua vita, le sue emozioni, le sue fragilità.
Un luogo dove, insieme, possiamo (ri)scoprire le tue risorse e la bellezza che ogni persona possiede. E valorizzarla al meglio.

La bandierina arcobaleno, posta sopra la scrivania, vuole significare la mia volontà di accoglienza di chiunque voglia avvalersi della mia professionalità e dei servizi che offro, senza paura del giudizio. Volendomi occupare anche delle persone lgbt+, dei loro familiari e di chi avesse bisogno di un confronto, mi voglio porre esplicitamente contro le terapie riparative, nel rispetto della dignità e perché vorrei poter essere strumento per la piena realizzazione di ogni persona.

Lavoro presso lo Studio Benetton, che offre servizi di psicologia, psicoterapia e nutrizione, abitato da colleghe attente. Per farci conoscere un po’ di più, abbiamo realizzato questa nostra presentazione. Buona visione.

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Le cinque caratteristiche per il tuo obiettivo (e tre suggerimenti)

Hai già buttato via i vecchi propositi dalla finestra? Ne hai di nuovi o vuoi continuare con quelli che ti porti dallo scorso anno? E come si possono trasformare in obiettivi per poterli realizzare in modo efficace? Ecco qui, le cinque caratteristiche e tre suggerimenti che possono aiutarti.

Iniziamo, prima di tutto, a definire cos’è un obiettivo, e cosa lo differenzia da un proposito, un desiderio, una fantasia.
Un obiettivo può essere inteso come lo scopo che vuoi raggiungere, ad esempio di tipo personale, lavorativo, sportivo, che sia in linea con la tua visione della tua vita, che possa rispondere ai tuoi bisogni e ai tuoi desideri, che sia supportato da una motivazione che parte da te.  Non è semplicemente un “io in futuro mi piacerebbe…” ma un “io voglio” detto con fermezza e determinazione.

Ricordiamoci questo acronimo: S.M.A.R.T. In queste poche lettere sono racchiuse le cinque caratteristiche del tuo obiettivo.

Specifico

Cosa voglio raggiungere?
Il nostro obiettivo deve essere formulato in modo definito e chiaro, con confini netti. “Voglio cambiare lavoro”, “Non voglio ingrassare”, “Voglio leggere (un po’ di) più” non sono obiettivi che rispondono in modo specifico. “Voglio diventare… presso…”, “Voglio dimagrire 5 kg in tre mesi”, “Voglio leggere un romanzo ogni due mesi”, questi possono essere obiettivi specifici

Misurabile

Come capisco che ho raggiunto l’obiettivo?
Semplice, se l’obiettivo comporta misurazioni, ad esempio nelle prestazioni fisiche, può essere più difficile in altri contesti o situazioni, Però, si potrebbero trovare strategie adatte per verificare che, passo passo, ti stai avvicinando sempre più, fino al raggiungimento.

Accessibile

Sono in grado di raggiungerlo?
Un buon obiettivo deve poter essere difficile quanto basta ma non impossibile. Le sfide impossibili bruciano molto presto la motivazione, rischiando così di abbandonare il percorso e, forse, anche vivere una frustrazione che può essere controproducente.

Rilevante

E’ così importante per me raggiungere quell’obiettivo?
Oltre ad essere sfidante quanto basta, l’obiettivo deve davvero stimolare la tua motivazione. Potresti averne anche molti da voler raggiungere: puoi stilare una lista da quello più importante per te, per la tua realizzazione personale o professionale e, via via, gli altri. In questo modo puoi avere una gerarchia da cui partire, senza intraprendere così tante strade da rischiare di abbandonarle anche tutte.

Tempo di realizzazione

Quanto tempo voglio darmi per raggiungere il mio obiettivo?
Importante decidere una data di inizio e di fine. Avere una linea temporale nella quale lavorare per il tuo obiettivo, ti può aiutare a rimanere concentrata/o sul percorso che hai deciso di intraprendere, di poterti dare degli obiettivi intermedi e verificarli, eventualmente di aggiustare il tiro, rimanendo nel tempo stabilito.

E, per finire, tre suggerimenti che ti possono guidare nella formulazione dei tuoi obiettivi:

elimina il “non” e il futuro: gli obiettivi hanno da essere formulati sempre con frasi positive, volte al presente. Se ti dicessero “Non fare questo, non fare quello”, sapresti cosa puoi fare? Stessa cosa con gli obiettivi: “io voglio” può essere un inizio.

pianifica: gli obiettivi hanno una data di scadenza, quella del loro raggiungimento. Però, prima di arrivarci, ci possono essere dei passaggi intermedi. Frazionare l’obiettivo in piccoli risultati intermedi può servire, da un lato, a sentire meno il peso dell’obiettivo stesso così da gestire meglio l’eventuale ansia, dall’altro tenere sotto controllo, come in una sorta di checklist, i vari traguardi che ci portano alla meta finale, con la stessa logica delle caratteristiche smart, in particolare quella legata alla misurazione.

Festeggia i risultati ottenuti: la gratificazione può essere un buon incentivo per continuare sul percorso che ti sei prefissato/a, e può essere anche una prova tangibile degli sforzi che stai compiendo.

Ed ora, coraggio! Tendi il tuo arco,visualizza il tuo bersaglio e scocca la tua freccia.