Giornata della Memoria: le donne di Ravensbrück

La foto utilizzata è tratta da qui.

“Ricordo il freddo massacrante il timore di affondare
in un letto di carboni ardenti.
Quale logica o legge di vita potrà mai spiegare
la diabolica impresa di quegli uomini eletti…”

Era il 1997 ed ascoltavo questa canzone di Carmen Consoli, che rievoca una dolorosa e, per certi versi, ancora attuale pagina di Storia, e che ancora oggi si ricorda. Infatti, il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria, data scelta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2005 per commemorare tutte le vittime del Nazifascismo. In quel giorno, nel 1945 l’Armata Rossa liberò il campo di Auschwitz.

Qualche anno fa comprai un libro che riguardava l’orrore di quell’epoca Il cielo sopra l’inferno di Sarah Helm, giornalista inglese, scoprendo così una realtà finora a me sconosciuta: il campo di concentramento di Ravensbrück, l’unico per sole donne.

Costruito nel 1938 dai deportati di Sachsenhausen, e aperto l’anno successivo, era situato a circa 90 km a nord di Berlino, nelle terre del comandante Himmler. Lì, e nei numerosi sottocampi, furono deportate più di 130 mila donne, da venti Paesi diversi, considerate di razza inferiore e da correggere. Condannate a lavori forzati o nelle fabbriche, sottoposte come cavie ad esperimenti atroci, a sterilizzazioni forzate, ad aborti, o, quando le gravidanze erano troppe, i neonati potevano essere fatti morire o uccisi. Molte di loro furono usate per ingrossare i bordelli degli altri campi di concentramento. Ne morirono tra le 30 e le 90 mila: non ci sono dati certi in quanto molti documenti furono distrutti. E, anche quando il campo fu liberato, non ci pace: alcuni soldati violentarono le prigioniere. E le donne dell’Armata Rossa deportate, furono nuovamente arrestate nell’allora URSS, perché accusate di collaborazionismo, e dunque inviate in Siberia, torturate o uccise.

Anche le italiane furono deportare a Ravensbrück, nel 1944. La fotografa Ambra Laurenzi, ha prodotto questo video-documento, con le testimonianze delle sopravvissute.

In tutta questa atrocità, però, la giornalista fa emergere con chiarezza la volontà di resistere, con ogni mezzo, e il desiderio di far conoscere la propria storia. Abbiamo le storie dei “conigli”, le donne polacche cavie di esperimenti medici, salvate dalle compagne. Abbiamo storie di sabotaggio nelle fabbriche, per far andare a rilento la produzione di armi. Abbiamo storie di insegnanti e studiose che hanno cercato di ricreare delle scuole per le altre prigioniere, per poter continuare la loro educazione. Abbiamo una kapò che sottrasse cibo per le prigioniere, ed un’altra che finì nelle camere a gas per non volerle picchiare. E abbiamo chi ha raccontato la propria storia e gli orrori subiti, utilizzando un inchiostro invisibile, scrivendo ai bordi delle lettere che indirizzava ai propri parenti.

Nel 1959 venne inaugurato il Memoriale, dove si trova la scultura di Will Lammert “Tragende” (La Portatrice), a ricordo di tutte quelle donne, sopravvissute e non, vittime di un crudele e disumano disegno politico, che si sono battute fino alla fine per ricordare a loro e alle compagne la dignità di essere umane.