ABC… LGBT! – Coming Out: dichiararsi o non dichiararsi?

L’11 ottobre si celebra il Coming Out Day, una giornata in cui si riflette sull’importanza della consapevolezza di essere una persona LGBT+, sulla possibilità di dichiararlo e anche sulle difficoltà nel farlo. La sua prima edizione fu nel 1988, lanciata dallo psicologo Robert Eichberg a ricordo della seconda marcia su Washington per i diritti delle lesbiche e dei gay dell’anno precedente.

🏳️‍🌈 Cos’è il coming out?
Il termine deriva dall’espressione Come out of the closet, uscire dall’armadio, e dunque avere la possibilità di dichiarare il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere. Si differenzia dall’outing perché, in questo secondo caso, non è la persona stessa che rivela di sé, ma qualcun altro, anche senza che la persona abbia dato il proprio consenso o anche se la persona non è LGBT+, magari con intento denigratorio.

🏳️‍🌈 E’ necessario fare coming out?
Credo che innanzitutto sia importante conoscere il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere ed accettarlo, senza timore né vergogna. Alcune persone lo sanno fin da piccole, e con l’adolescenza si consolida. Altre persone lo scoprono più tardi, dopo aver vissuto esperienze e relazioni differenti. Non è obbligatorio fare coming out, e neppure farlo con tutte le persone ed in ogni ambiente. Dipende da quanto ognuno si sente pronto/a a fare questo passo, se l’ambiente è sicuro, se le persone possono essere accoglienti rispetto questo argomento, quanto si può essere consapevole delle reazioni che possono esserci. Fare coming out, però, può essere una forma di liberazione e di affermazione della propria esistenza anche come persona lgbt+. E’ l’espressione della propria persona, delle proprie emozioni, stati d’animo, pensieri, che possono essere condivisi con le persone che ci amano, e/o  con tutte le persone che incontriamo.

🏳️‍🌈 Rimanere nell’armadio?
La giornalista Elena Tebano, in questo suo articolo del 2018, propone una ricerca della Boston Consulting Group riguardo il coming out e la paura di dichiararsi nel posto di lavoro, relativo a dodici Paesi di Europa ed America. In Italia ancora si fa fatica ad esprimere il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, preferendo così nasconderla. Questo, però comporta l’utilizzo di molte energie per monitorare il proprio comportamento e quello altrui, oltre a dover negare una parte di sé. Tutto ciò per proteggersi da eventuali discriminazioni ma con la possibilità di avere ripercussioni sul proprio benessere, con il rischio di sviluppare un certo grado di minority stress.

🏳️‍🌈 Quando fare coming out e con chi?
Il coming out è un processo che può continuare per tutta la vita. Può essere dichiarato apertamente, può essere compreso attraverso il proprio comportamento, ad esempio quando si è in coppia e non lo si nasconde. Si può iniziare dalle persone fidate, come amici ed amiche, o colleghe e colleghi, oppure dirlo a qualche parente che sa può comprenderti.
Una delle paure più grandi, soprattutto per le e gli adolescenti, può essere quello di dirlo ai genitori. Loro possono avere alcune aspettative rispetto i propri figli e figlie che, in qualche modo, sono state veicolate. Ad esempio, la classica frase Quando ti troverai quello/a giusto/a ti sposerai e farai dei figli, adducendo a solo relazioni etero. E, quindi, avere un/una parente che è al tuo fianco e fare da ponte, può essere di grande aiuto.

Se vi va di conoscere l’emozione e la paura del coming out, suggerisco il libro Battito d’ali, con i testi di Daniela Rossi e illustrato da Alessandro Coppola, che racconta proprio la consapevolezza e lo svelamento dell’illustratore, tavola dopo tavola. Buona lettura!

(Immagine tratto da “Battito d’ali” di Daniela Rossi e Alessandro Coppola)