Videogiochi e relazioni con i nostri figli e figlie

Videogiochi

🎮 I videogiochi sono parte della vita di bambini e bambine, ragazzi e ragazze. Ci giocano attraverso i le consolle e i device, colorano i disegni dei loro eroi ed eroine preferite, ci giocano offline. Riescono a viverli sia in digitale che in analogico.*

🎮 Come adulti, come genitori, cosa possiamo fare per relazionarci al meglio con in nostri figli e figlie, entrare in questa loro parte di mondo, agendo il nostro ruolo educativo?

🎮 Con questo articolo, pubblicato nel blog “Il Volo della farfalla”, che si trova nel sito di Oggi Treviso, riporto alcune mie riflessioni sulle traiettorie che possiamo prendere. Buona lettura!

*grazie a alle colleghe e colleghi di Digitabilis, da cui ho imparato queste parole per narrare e descrivere questo continuum.

Gioco d’azzardo e videogiochi: parliamone!


Il 22 settembre, alle 17.00, presso la Sala Verde di Palazzo Rinaldi a Treviso, sarò una delle relatrici per l’incontro “E’ solo un gioco? Caratteristiche, rischi e potenzialità del gioco d’azzardo e dei videogiochi“.

Con me, ci saranno:

  • Dott Paolo Capuzzo – Dirigente Psicologo Psicoterapeuta, referente ambulatorio gioco d’azzardo patologico ULSS 2 dipartimento Treviso
  • D.ssa Margherita Tisi – Psicologa Psicoterapeuta
  • Dott.ssa Alessandra Scinni – Psicologa e Formatrice
  • Dott.ssa Monica Conz – Psicologa Psicoterapeuta

L’ingresso è gratuito ed è preferibile prenotare il proprio posto qui per avere la priorità all’entrata.

L’evento è promosso da Navigamente insieme al Comune di Treviso, Cooperativa Sociale Itaca e Progetto Giovani Treviso

ABC… LGBT! – La terapia affermativa: psicologia al servizio della comunità lgbt+

Giugno è il mese del pride, quel periodo dell’anno in cui la comunità lgbt+ attraversa e anima piazze e strade, a ricordo di quella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969 in cui le persone lgbt+, frequentanti il noto locale Stonewall Inn, si ribellarono alle ennesime angherie della polizia, e per questo sono ricordati come i Moti di Stonewall. Ricordo che negli anni ’60 le persone lgbt+ statunitensi erano bersaglio di discriminazione e i locali a loro dedicati erano al centro di controlli da parte della polizia. Già in quegli anni iniziarono le prime rivolte, sfociate in una vera e propria guerriglia urbana proprio in quelle notti e ricordata, con la prima marcia dal locale a Central Park l’anno successivo, e in altre città statunitensi. Da quel quel momento qualcosa cambiò: le persone lgbt+ uscirono in strada a rivendicare la loro identità e la loro esistenza, e ci furono sempre più manifestazioni, che si spostarono anche fuori dagli Stati Uniti. In Italia, la prima fu nel 1978, anche se già nel 1972 ci fu un primo raduno contro un congresso che avrebbe trattato le devianze sessuali, organizzato da un ente di matrice cattolica.

E anche le comunità delle e degli psicologi e psichiatri si sono interrogate riguardo la depatologizzazione dell’omosessualità. Già nel 1973 l’APA (American Psychiatric Association) riuscì a derubricare l’omosessualità dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali) e l’OMS, il 17 maggio 1990 (per questo si celebra in tal data l’IDAHOBIT, la Giornata Mondiale contro l’omo-bi-lesbo-transfobia) dichiara l’omosessualità come “variante naturale del comportamento sessuale umano”. Per quanto riguarda la transessualità, essa è stata derubricata nel DSM 5 come “disturbo dell’identità di genere” e cambiata in “disforia di genere”. E anche nell’ICD-11 (Classificazione Internazionale delle Malattie) è stata inclusa nella sezione dedicata alle condizioni correlate alla salute sessuale.

All’interno di questa cornice è fondamentale che le e i professionisti della salute, in questo caso mi riferisco a psicolog* e psicoterapeut*, utilizzino la terapia affermativa, atta a convalidare l’esistenza positiva delle persone lgbt+ e delle loro esperienze.
Si tratta di un approccio che promuove le risorse delle persone lgbt+, che può essere d’aiuto per la costruzione di una propria rete sociale, che favorisce la resilienza, l’autonomia e la propria identità.
Per poter svolgere ciò, il/la professionist* deve potersi formare adeguatamente, almeno secondo due direttrici:

🏳️‍🌈 conoscere i bisogni specifici della comunità lgbt+, per poter avere consapevolezza delle necessità di questa popolazione e offrire un sostegno adeguato;

🏳️‍🌈 conoscere la cornice di stigma, pregiudizio e discriminazione delle persone lgbt+, per poter leggere le forme di minority stress che possono impedire una piena realizzazione in termini di autoefficacia, l’uso delle strategie di coping, lo sviluppo dell’empowerment, anche attraverso il vissuto di sintomi, quali ansia o stati depressivi, che possono ostacolare le relazioni personali e sociali.

Però, ancora oggi, ci sono professionist* che promuovono tecniche o proprio terapie definitive riparative, le quali avrebbero la presunzione di poter far cambiare orientamento sessuale, da omosessuale a eterosessuale, prendendo quest’ultimo come unico orientamento possibile, riducendo l’omosessualità ad un prodotto di condizionamenti sociali e ambientali, o traumi subiti.
Queste pratiche sono state trattate anche con alcune trasposizioni cinematografiche. Le più recenti sono Boy erased, basata su una storia vera, e La diseducazione di Cameron Post. Io ricordo, però, una pellicola del 1999, But I’m a Cheerleader, tradotto in italiano con Gonne al Bivio. Mi sento particolarmente affezionata a questo film che pone in chiave ironica, e a tratti forse dissacrante ma non per questo superficiale, le realtà statunitensi in cui si eseguono percorsi di riparazione. Inoltre esplicita, sempre con ironia, gli stereotipi e i ruoli di genere che donne e uomini dovrebbero interiorizzare per promuovere un comportamento eterosessuale corretto.

E’ sempre importante ricordare che le e gli psicolog*, in Italia, devono seguire le norme ed il Codice Deontologico e che, la sua mancanza di attuazione, può essere foriera di segnalazione, anche da parte delle e dei pazienti e delle e dei cittadin*.
La conoscenza e l’uso della terapia affermativa ed il contrasto alle terapie riparative, dal mio punto di vista, possono trovare un importante riscontro nella prima parte dell’dell’articolo 4:

Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi. […]



(Photo by Tim Mossholder on Unsplash)

Il Mercoledì in-forma: nuove serate per lo Studio Benetton

Ripartono le serate presso lo Studio Benetton. Il mercoledì in-forma è un ciclo di serate informative gratuite, aperte alla cittadinanza, per trattare temi quali la psicologia, la nutrizione, il benessere, la prevenzione.

Vi aspettiamo, ogni terzo mercoledì del mese, in Via Campagnola 3a, dalle 20.45.

 

ABC… LGBT! – Coming Out: dichiararsi o non dichiararsi?

L’11 ottobre si celebra il Coming Out Day, una giornata in cui si riflette sull’importanza della consapevolezza di essere una persona LGBT+, sulla possibilità di dichiararlo e anche sulle difficoltà nel farlo. La sua prima edizione fu nel 1988, lanciata dallo psicologo Robert Eichberg a ricordo della seconda marcia su Washington per i diritti delle lesbiche e dei gay dell’anno precedente.

🏳️‍🌈 Cos’è il coming out?
Il termine deriva dall’espressione Come out of the closet, uscire dall’armadio, e dunque avere la possibilità di dichiarare il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere. Si differenzia dall’outing perché, in questo secondo caso, non è la persona stessa che rivela di sé, ma qualcun altro, anche senza che la persona abbia dato il proprio consenso o anche se la persona non è LGBT+, magari con intento denigratorio.

🏳️‍🌈 E’ necessario fare coming out?
Credo che innanzitutto sia importante conoscere il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere ed accettarlo, senza timore né vergogna. Alcune persone lo sanno fin da piccole, e con l’adolescenza si consolida. Altre persone lo scoprono più tardi, dopo aver vissuto esperienze e relazioni differenti. Non è obbligatorio fare coming out, e neppure farlo con tutte le persone ed in ogni ambiente. Dipende da quanto ognuno si sente pronto/a a fare questo passo, se l’ambiente è sicuro, se le persone possono essere accoglienti rispetto questo argomento, quanto si può essere consapevole delle reazioni che possono esserci. Fare coming out, però, può essere una forma di liberazione e di affermazione della propria esistenza anche come persona lgbt+. E’ l’espressione della propria persona, delle proprie emozioni, stati d’animo, pensieri, che possono essere condivisi con le persone che ci amano, e/o  con tutte le persone che incontriamo.

🏳️‍🌈 Rimanere nell’armadio?
La giornalista Elena Tebano, in questo suo articolo del 2018, propone una ricerca della Boston Consulting Group riguardo il coming out e la paura di dichiararsi nel posto di lavoro, relativo a dodici Paesi di Europa ed America. In Italia ancora si fa fatica ad esprimere il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, preferendo così nasconderla. Questo, però comporta l’utilizzo di molte energie per monitorare il proprio comportamento e quello altrui, oltre a dover negare una parte di sé. Tutto ciò per proteggersi da eventuali discriminazioni ma con la possibilità di avere ripercussioni sul proprio benessere, con il rischio di sviluppare un certo grado di minority stress.

🏳️‍🌈 Quando fare coming out e con chi?
Il coming out è un processo che può continuare per tutta la vita. Può essere dichiarato apertamente, può essere compreso attraverso il proprio comportamento, ad esempio quando si è in coppia e non lo si nasconde. Si può iniziare dalle persone fidate, come amici ed amiche, o colleghe e colleghi, oppure dirlo a qualche parente che sa può comprenderti.
Una delle paure più grandi, soprattutto per le e gli adolescenti, può essere quello di dirlo ai genitori. Loro possono avere alcune aspettative rispetto i propri figli e figlie che, in qualche modo, sono state veicolate. Ad esempio, la classica frase Quando ti troverai quello/a giusto/a ti sposerai e farai dei figli, adducendo a solo relazioni etero. E, quindi, avere un/una parente che è al tuo fianco e fare da ponte, può essere di grande aiuto.

Se vi va di conoscere l’emozione e la paura del coming out, suggerisco il libro Battito d’ali, con i testi di Daniela Rossi e illustrato da Alessandro Coppola, che racconta proprio la consapevolezza e lo svelamento dell’illustratore, tavola dopo tavola. Buona lettura!

(Immagine tratto da “Battito d’ali” di Daniela Rossi e Alessandro Coppola)

Lo studio a misura di persona

Ritengo che lo spazio dove accolgo le persone che cercano il mio aiuto, debba essere un luogo libero e protetto, dove ogni persona possa sentirsi accolta in ogni suo aspetto. E che possa aver fiducia della professionista a cui affida pezzetti della sua vita, le sue emozioni, le sue fragilità.
Un luogo dove, insieme, possiamo (ri)scoprire le tue risorse e la bellezza che ogni persona possiede. E valorizzarla al meglio.

La bandierina arcobaleno, posta sopra la scrivania, vuole significare la mia volontà di accoglienza di chiunque voglia avvalersi della mia professionalità e dei servizi che offro, senza paura del giudizio. Volendomi occupare anche delle persone lgbt+, dei loro familiari e di chi avesse bisogno di un confronto, mi voglio porre esplicitamente contro le terapie riparative, nel rispetto della dignità e perché vorrei poter essere strumento per la piena realizzazione di ogni persona.

Lavoro presso lo Studio Benetton, che offre servizi di psicologia, psicoterapia e nutrizione, abitato da colleghe attente. Per farci conoscere un po’ di più, abbiamo realizzato questa nostra presentazione. Buona visione.

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Le cinque caratteristiche per il tuo obiettivo (e tre suggerimenti)

Hai già buttato via i vecchi propositi dalla finestra? Ne hai di nuovi o vuoi continuare con quelli che ti porti dallo scorso anno? E come si possono trasformare in obiettivi per poterli realizzare in modo efficace? Ecco qui, le cinque caratteristiche e tre suggerimenti che possono aiutarti.

Iniziamo, prima di tutto, a definire cos’è un obiettivo, e cosa lo differenzia da un proposito, un desiderio, una fantasia.
Un obiettivo può essere inteso come lo scopo che vuoi raggiungere, ad esempio di tipo personale, lavorativo, sportivo, che sia in linea con la tua visione della tua vita, che possa rispondere ai tuoi bisogni e ai tuoi desideri, che sia supportato da una motivazione che parte da te.  Non è semplicemente un “io in futuro mi piacerebbe…” ma un “io voglio” detto con fermezza e determinazione.

Ricordiamoci questo acronimo: S.M.A.R.T. In queste poche lettere sono racchiuse le cinque caratteristiche del tuo obiettivo.

Specifico

Cosa voglio raggiungere?
Il nostro obiettivo deve essere formulato in modo definito e chiaro, con confini netti. “Voglio cambiare lavoro”, “Non voglio ingrassare”, “Voglio leggere (un po’ di) più” non sono obiettivi che rispondono in modo specifico. “Voglio diventare… presso…”, “Voglio dimagrire 5 kg in tre mesi”, “Voglio leggere un romanzo ogni due mesi”, questi possono essere obiettivi specifici

Misurabile

Come capisco che ho raggiunto l’obiettivo?
Semplice, se l’obiettivo comporta misurazioni, ad esempio nelle prestazioni fisiche, può essere più difficile in altri contesti o situazioni, Però, si potrebbero trovare strategie adatte per verificare che, passo passo, ti stai avvicinando sempre più, fino al raggiungimento.

Accessibile

Sono in grado di raggiungerlo?
Un buon obiettivo deve poter essere difficile quanto basta ma non impossibile. Le sfide impossibili bruciano molto presto la motivazione, rischiando così di abbandonare il percorso e, forse, anche vivere una frustrazione che può essere controproducente.

Rilevante

E’ così importante per me raggiungere quell’obiettivo?
Oltre ad essere sfidante quanto basta, l’obiettivo deve davvero stimolare la tua motivazione. Potresti averne anche molti da voler raggiungere: puoi stilare una lista da quello più importante per te, per la tua realizzazione personale o professionale e, via via, gli altri. In questo modo puoi avere una gerarchia da cui partire, senza intraprendere così tante strade da rischiare di abbandonarle anche tutte.

Tempo di realizzazione

Quanto tempo voglio darmi per raggiungere il mio obiettivo?
Importante decidere una data di inizio e di fine. Avere una linea temporale nella quale lavorare per il tuo obiettivo, ti può aiutare a rimanere concentrata/o sul percorso che hai deciso di intraprendere, di poterti dare degli obiettivi intermedi e verificarli, eventualmente di aggiustare il tiro, rimanendo nel tempo stabilito.

E, per finire, tre suggerimenti che ti possono guidare nella formulazione dei tuoi obiettivi:

elimina il “non” e il futuro: gli obiettivi hanno da essere formulati sempre con frasi positive, volte al presente. Se ti dicessero “Non fare questo, non fare quello”, sapresti cosa puoi fare? Stessa cosa con gli obiettivi: “io voglio” può essere un inizio.

pianifica: gli obiettivi hanno una data di scadenza, quella del loro raggiungimento. Però, prima di arrivarci, ci possono essere dei passaggi intermedi. Frazionare l’obiettivo in piccoli risultati intermedi può servire, da un lato, a sentire meno il peso dell’obiettivo stesso così da gestire meglio l’eventuale ansia, dall’altro tenere sotto controllo, come in una sorta di checklist, i vari traguardi che ci portano alla meta finale, con la stessa logica delle caratteristiche smart, in particolare quella legata alla misurazione.

Festeggia i risultati ottenuti: la gratificazione può essere un buon incentivo per continuare sul percorso che ti sei prefissato/a, e può essere anche una prova tangibile degli sforzi che stai compiendo.

Ed ora, coraggio! Tendi il tuo arco,visualizza il tuo bersaglio e scocca la tua freccia.